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L'Ue: "Chi inquina paga"
Una sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea condanna le imprese operanti nel polo petrolchimico di Augusta e Priolo per i danni ambientali provocati nel territorio
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BRUXELLES - Le imprese che hanno operato nel polo petrolchimico Augusta-Priolo dovranno pagare per i danni ambientali arrecati all'area. Questo è il risultato di una sentenza della Corte Ue di giustizia, secondo cui "gli operatori che hanno impianti limitrofi a una zona inquinata possono essere considerati presunti responsabili dell'inquinamento".
La Corte Ue si è pronunciata dopo essere stata investita dal Tar della Sicilia che dovrà decidere su alcuni ricorsi presentati da Erg, Eni, Polimeri Europa, Syndial contro alcuni provvedimenti che le obbligano ad adottare misure per la riparazione del danno ambientale nella zona di Priolo accollandosene gli oneri finanziari.
Secondo la Corte europea, "le autorità nazionali possono subordinare il diritto degli operatori ad utilizzare i loro terreni alla condizione che essi realizzino i lavori di riparazione ambientale imposti.
La direttiva sulla responsabilità ambientale - spiega la Corte in una nota - prevede, per quanto concerne determinate attività, che l'operatore la cui attività abbia provocato un danno ambientale o una minaccia imminente di un danno siffatto è considerato responsabile. Pertanto, esso deve adottare le misure di riparazioni necessarie e assumersene l'onere finanziario.
La Rada di Augusta, situata nel territorio di Priolo Gargallo, è interessata da fenomeni ricorrenti di inquinamento ambientale, la cui origine risalirebbe già agli Anni '60, quando è stato realizzato il polo petrolchimico Augusta-Priolo-Melilli". Quella della bonifica della rada di Augusta è considerato dalle associazioni ambientaliste la madre di tutte le battaglie per il risanamento della zona industriale Siracusana. Sui fondali di quel tratto di mare si sono accumulati diversi milioni di tonnellate di rifiuti inquinanti in oltre cinquant'anni di attività delle aziende che hanno fatto del polo petrolchimico a partire dalla fine degli anni '50 del secolo scorso una delle aree a maggiore densità di impianti di industria "pesante".
La decisione di oggi della Corte Ue si inserisce in una vicenda giudiziaria complessa che vede intrecciarsi procedimenti davanti alla magistratura amministrativa e a quella ordinaria penale. Il primo atto cinque anni fa quando alcune delle aziende che, secondo l'indirizzo emerso a suo tempo dalla conferenza nazionale dei servizi, avrebbero dovuto farsi carico dei costi della bonifica decisero di ricorrere al Tar di Catania mentre altre società scelsero la via del ricorso amministrativo davanti ai giudici del Lazio. Il Tar etneo sospese l'efficacia del provvedimento della conferenza dei servizi accogliendo le ragioni alle aziende ricorrenti.
Successivamente, però, il Consiglio di giustizia amministrativa di Palermo ripristinò l'efficacia dell'obbligo della bonifica a cura delle aziende dell'area industriale siracusana. La vicenda intanto era finita anche all'esame della Corte Ue alla quale la magistratura amministrativa siciliana si era rivolta perchè fissasse una sorta di "indirizzo" che oggi si è concretizzato nella riaffermazione del principio "chi inquina paga". Un principio che adesso potrà essere applicato nelle decisioni future dei giudici amministrativi siciliani sulla specifica questione
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09/03/2010
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